Aiutare gli altri potrebbe rappresentare una risorsa concreta per la salute cognitiva nella tarda età. Un recente studio pubblicato su Social Science & Medicine ha analizzato oltre vent’anni di dati longitudinali dello Health and Retirement Study (1998–2020), coinvolgendo più di 31.000 adulti statunitensi over 50, per esaminare come il volontariato (attività formale) e il semplice aiuto (attività informale) verso persone non conviventi siano associati alla cognitività e al declino cognitivo nel tempo. I risultati mostrano che iniziare una attività di aiuto, sia formale, sia informale, è associato a un miglior funzionamento cognitivo e a un rallentamento del declino, mentre l’interruzione di queste attività si accompagna a un peggioramento cognitivo e a una maggiore velocità di declino. Un elemento chiave riguarda l’intensità dell’impegno: i benefici più robusti e costanti emergono con livelli moderati di attività, pari a circa 2–4 ore settimanali, mentre carichi molto elevati non offrono vantaggi aggiuntivi e cambiamenti bruschi (in particolare l’interruzione completa dell’attività) risultano sfavorevoli. Inoltre, per il volontariato formale, il mantenimento dell’impegno nel tempo sembra produrre benefici cumulativi, suggerendo un possibile effetto protettivo sul decorso dell’invecchiamento cognitivo. Nel complesso, lo studio rafforza l’idea che i comportamenti prosociali rappresentino fattori di stile di vita modificabili, accessibili e potenzialmente rilevanti nelle strategie di promozione della salute cognitiva e di invecchiamento attivo.
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